Maltrattamenti in famiglia: non è necessario che le condotte violente siano continue e quotidiane

Possibile che le abituali vessazioni, capaci di cagionare sofferenze, privazioni ed umiliazioni, siano intervallate da condotte normali e persino dallo svolgimento di attività anche gratificanti per la parte lesa

Maltrattamenti in famiglia: non è necessario che le condotte violente siano continue e quotidiane

Il reato di maltrattamenti in famiglia è, sempre e comunque, configurabile anche nel caso in cui le condotte violente o sopraffattrici non integrino l’unico modo di comunicazione con il familiare vessato, potendo anche accadere che le abituali vessazioni, capaci di cagionare sofferenze, privazioni ed umiliazioni, siano intervallate da condotte normali e persino dallo svolgimento di attività anche gratificanti per la parte lesa.
Questo il principio fissato dai giudici (sentenza numero 18662 del 25 maggio 2026 della Cassazione), i quali, confermando in via definitiva la condanna di un uomo, aggiungono poi che il reato di maltrattamenti in famiglia non è ex se escluso per effetto della maggiore capacità di resistenza dimostrata dalla persona offesa o da suoi momenti di reattività, non essendo elemento costitutivo della fattispecie incriminatrice la riduzione della vittima a stabile succube dell’autore dei maltrattamenti ovvero una totale soggezione della persona offesa.
In generale, comunque, in tema di maltrattamenti in famiglia, la mera conflittualità o crisi di coppia si distingue dalle condotte penalmente rilevanti, che sussistono quando la relazione sia gestita, in modo abituale e sistematico, attraverso comportamenti di violenza, sopraffazione, umiliazione e vessazione, anche se intervallati da momenti di normalità o da reazioni della vittima, non occorrendo la sua stabile condizione di soggezione.
Lampante, quindi, il discrimen tra i maltrattamenti e la mera conflittualità.
Analizzando la specifica vicenda, la ricostruzione delle dinamiche della coppia trascende la mera litigiosità e la fisiologica conflittualità, essendo le dinamiche accertate espressione di una modalità (unilaterale) di gestione della relazione sentimentale violenta, prevaricatrice ed aggressiva. Il registro di comunicazione della coppia era, infatti, affidato a sistematici e ciclici atteggiamenti di indifferenza e noncuranza, ma anche di aggressione fisica e verbale da parte dell’uomo nei confronti della moglie, sì da imporle condizioni di vita umilianti e vessatorie.
Il clima di umiliazione e di sopraffazione che la donna aveva dovuto respirare senza soluzione di continuità non può certo rientrare nella normalità di coppia o essere sintomo di una mera crisi di coppia, chiariscono i magistrati di Cassazione.

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